Che cosa significa queer? Questo contributo vuole ripercorrere succintamente l’origine, le evoluzioni e gli utilizzi del queer in tre ambiti distinti ma fortemente connessi: teoria, arte e attivismo. Inoltre, vuole indagare come il concetto queer, proveniente da una cultura anglo-americana, possa trovare uso nel contesto storico e geo-politico Italiano e in che modo questo risponda e/o reagisca a quest’idea.

Queer?

Che origine ha il termine queer?

Etimologicamente, le radici del termine inglese queer possono essere rintracciate nel tedesco quer, a sua volta derivante dal latino torquere: il significato originario corrisponde quindi a “diagonale, obliquo” e si oppone perciò a quel che si presenta come “dritto” (in inglese straight). Nel XVI secolo viene utilizzato come aggettivo indicante una persona dallo stile di vita eccentrico, con il significato di “strano, inusuale, deviato, perverso”. Nel XIX secolo, l’aggettivo assume infine un’accezione denigratoria, divenendo un insulto rivolto alle persone omosessuali, soprattutto di sesso maschile, traducibile in italiano con “checca” o “frocio”.

Tra la seconda metà degli anni ‘80 e gli inizi degli anni ’90 (nel periodo della crisi dell’AIDS), negli Stati Uniti la parola queer venne ulteriormente ridefinita, diventando uno strumento di autodeterminazione. Oggi chi si auto-definisce queer si presenta come soggetto eccentrico, che senza cercare di redimere la propria abiezione rivendica la libertà di praticare sesso e genere al di fuori delle norme della morale tradizionale.

La riappropriazione della parola queer avvenne allo stesso tempo ad opera dell’attivismo politico e della teoria accademica, con lo scopo di mettere in discussione non solo discorsi patriarcali ed eteronormativi, ma anche le tendenze assimilazioniste di alcuni movimenti gay e lesbici. A essere contestata è stata in particolare una concezione rigidamente binaria dell’identità sessuale, incapace di cogliere le sfumature esistenti tra il maschile e il femminile e le fluttuazioni del desiderio possibili tra eterosessualità e omosessualità.

Termine ombrello

Da quando è entrato in uso, il termine queer è stato un termine fluttuante, ma non per questo privo di significati contestualmente condivisi. Se, da un lato, la portata rivoluzionaria delle prospettive teoriche queer ha corroso dall’interno categorie d’identità stabili, dall’altro, il ricorso al queer come aggettivo per pratiche di militanza radicali diviene sempre più potente e diffuso.

Queer può essere oggi considerato un “termine ombrello” rivolto a tutte le sessualità considerate dissidenti, a quelle soggettività le cui pratiche sociali e di pensiero si discostano da quelle convenzionali, e a quelle il cui genere si situa al di fuori del consueto ordine d’intelligibilità. Il termine queer è stato per questo riabilitato da e per tutt* coloro che si oppongono a una socialità eteronormativa e normalizzata (come gay, lesbiche, bisessuali, intersessuali, transessuali e transgender, soggetti BDSM e kinky, persone asessuali o poliamorose).

Nonostante il termine queer sia inclusivo di diverse soggettività legate al sesso, al genere e all’orientamento sessuale, esso apre quindi a un ulteriore sguardo critico verso qualsiasi altra categoria identitaria stabile. L’azione politica queer si basa infatti su alleanze identificative, piuttosto che su identificazioni imposte e s’interseca con altri assi di oppressione oltre a quelli legati a sesso, genere e orientamento sessuale, come – tra gli altri – l’etnicità, la nazionalità, la classe sociale, la disabilità, la malattia o l’età.

Forte è, ad esempio, la critica corrosiva rivolta all’assimilazione di soggetti gay, lesbiche e trans* in logiche neo-liberaliste che focalizzano i propri obiettivi sul raggiungimento di libertà individuali (come matrimonio, adozione, inclusione nelle forze armate o in circuiti commerciali gay) piuttosto che la messa in discussione di oppressioni sistemiche razzializzate, sessualizzate e di classe.

Questo uso di queer come termine ombrello ha assunto particolare rilevanza nell’attivismo italiano degli ultimi anni. Alcuni gruppi radicali contestano però che, non venendo tradotto, esso perda la violenza semantica che lo caratterizza in contesto anglofono. Per questo si sceglie talvolta di utilizzare al suo posto lemmi analoghi della lingua italiana: non soltanto “frocio/frocia”, ma anche “puttana”.

Teorie queer

Queer?
Nei primi anni Novanta il termine queer entra in maniera pervasiva nel mondo accademico, diventando anche teoria e moltiplicando il suo uso in diversi ambiti di ricerca.

Un cambio di prospettiva della queer theory rispetto ai gay and lesbian studies è in parte attribuibile all’influenza del post-strutturalismo e al decostruzionismo francese, sviluppatisi fin dagli anni ’60 e ’70 in particolare con Jacques Derrida, Michel Foucault e Gilles Deleuze. Nel corso degli anni Ottanta, il decostruzionismo s’insinua nei gender studies, e più in generale nei cultural studies, sostenendo la tesi che ogni identità è il risultato di una costruzione socio-culturale e non un dato di natura. Fondamentale in questo senso è il pensiero di Michel Foucault che, ne La volontà di sapere (1976), sostiene che il potere, più che reprimere, produce tanto le identità maggioritarie quanto quelle minoritarie, devianti o perverse. Secondo le sue tesi, non esistono pertanto soggetti “puri”, non compromessi con i dispositivi normativi del potere che li definiscono; proprio per questo, ogni soggettività può opporre resistenza a tali dispositivi.

Le tesi di Foucault furono riprese nei primi anni ’90 da Judith Butler, Eve Kosofsky-Sedgwick e Teresa de Lauretis, considerate le iniziatrici delle teorie queer (il termine queer theory fu coniato dalla terza autrice, in una celebre conferenza tenutasi all’Università di Santa Cruz nel 1991).

Da allora, il concetto di queer lavora come strumento concettuale attraverso la riflessione sul genere e sessualità, in diversi campi di ricerca. Durante tutti gli anni ’90, sino ad oggi, la teoria queer ha continuato a moltiplicare gli ambiti in cui agisce in modo interdisciplinare e intersezionale. Il pensiero queer funziona perciò come metodologia che complica e destabilizza i binarismi presenti in varie discipline accademiche. Non solo quelli strettamente legati a sessualità e genere (maschile/femminile, etero/omosessuale), ma anche binarismi quali natura/cultura, umano/macchina, umano/animale, bianco/nero, abile/disabile e altri ancora.

Queer come metodologia, dunque, apre una serie di domande su ciò che è costruito come normale, su come questa normalità venga ad esistere e su chi è esclusa o oppresso da queste nozioni di norma. Gli studi queer of color rivendicano una risposta critica alla prospettiva bianca, euro/anglo-centrica, delle teorie queer e all’eterocentrismo degli studi etnici. Queste prospettive geopolitiche ed epistemologiche escluse dalle narrative dominanti danno rilievo alle intersezioni tra genere, sessualità e razza. Queste prospettive interrogano dunque cosa gli studi queer abbiano da dire su migrazioni, nazionalismi, accesso alla cittadinanza, post-colonialità, imperialismo, militarizzazione, globalizzazione, diritti umani, carceri, neoliberismo, terrorismo e altro ancora.

Gli ultimi anni hanno visto il diffondersi delle teorie queer “antisociali”, delle quali Lee Edelman e Leo Bersani sono figure chiave. Le teorie antisociali rivolgono la loro riflessione al “qui ed ora”, negando il futuro e non agendo nella prospettiva di costruirne uno diverso da quello attuale. Le teorie precedenti prospettavano invece la possibilità per il soggetto di sottrarsi (anche se mai completamente) al potere, cercando di costruire nuove modalità di relazione, nuovi piaceri e nuove identità. La forte base psicanalitica del pensiero antisociale interpreta la sessualità non come risultato dei discorsi normativi descritti da Foucault, ma come pulsione del soggetto che non può essere storicamente determinata. Una pulsione che, soprattutto nel caso dell’omosessualità, è stata connotata negativamente per la sua improduttività e infertilità, fortemente connessa al piacere anale e orale. Una critica fondamentale – seppur discussa – è mossa da queste teorie all’omonormatività e alla retorica del familismo gay, con l’invito a liberarci del futurismo riproduttivo. L’invito delle teorie antisociali è quello di non cercare di assomigliare il più possibile alla famiglia eterosessuale, ma di rivendicare la propria autonomia rispetto a modelli e strutture sociali riproduttive dello Stato-Famiglia.

In parallelo alle teorie antisociali, altr* studios* queer come Sarah Ahmed, Lauren Bertlant, Patricia Ticineto Clough, Ann Cvetkovich e Heather Love parlano invece di affettività (o “teorie degli affetti”), basandosi in parte sugli studi psicanalitici, fenomenologici e femministi. Le teorie degli affetti riproducono un sistema di scambio emozionale (o una microeconomia affettiva) che traccia identificazioni, desideri e passioni tra corpi, oggetti e memorie. Questi scambi ristrutturano/riparano l’incontro con il passato, il trauma e la memoria, in modo da aprire nuove possibilità al futuro. Alcuni temi toccati sono: affettività ed espressione estetica, temporalità, corporalità, relazionalità e comunità, epistemologia, creatività, affermazione, autodeterminazione e critica alla concezione normativa di felicità.

Gli sviluppi e le declinazioni del pensiero queer sono quindi molteplici, tanto che si rende necessario parlare di teorie queer al plurale.

Nell’ultimo decennio, il pensiero queer ha avuto diffusione anche in Italia, in particolare grazie al lavoro di Elisa Arfini, Lorenzo Bernini, Liana Borghi, e Marco Pustianaz. Oltre al lavoro di critica e traduzione dei maggiori testi queer stranieri, fondamentale è stato e continua ad essere l’uso di queste prospettive dentro e fuori il mondo accademico italiano da parte di un numero crescente di ricercatrici/ricercatori che indagano il contesto sociale e politico italiano e la sua diaspora.

Che cosa produce il queer in arte?

Recenti dibattiti hanno messo in discussione l’assunto che l’arte queer sia comparsa solo negli ultimi decenni, e suggeriscono invece che l’intera storia dell’arte possa essere riscoperta in chiave queer. Sebbene questa non sia una posizione universalmente condivisa, oggi sempre più istituzioni e musei (in particolare in ambito anglosassone) dedicano eventi speciali, mostre o interi dipartimenti all’arte queer e alla rilettura queer delle proprie collezioni.

Queer in senso stretto sono quelle recenti realizzazioni artistiche che intersecano l’attivismo di genere, la politica dei corpi difformi, l’espressione di soggettività devianti e la narrazione/rappresentazione di storie fino ad ora non raccontate, perché potenzialmente pericolose e sovversive. Nella sua originalità, l’arte queer s’iscrive in una storia che la precede.

Dalla fine della seconda guerra mondiale, altre pratiche artistiche dissidenti hanno infatti preso corpo per dare visibilità a soggettività, esperienze, narrazioni considerate ai limiti della rappresentazione dal sistema dell’arte mainstream e “ufficiale”. Questo processo si è alimentato di quanto è avvenuto fuori dal mercato dell’arte, nei tessuti sociali, politici e di pensiero: dai movimenti per i diritti dei neri e di liberazione sessuale negli anni ‘60 e nel corso dei decenni successivi, il punk, le culture underground, o il post-human dagli anni ’90. Fondamentale è la critica rivolta dagli studi femministi, gay, lesbici e post-coloniali all’egemonia di un’arte intesa come prodotto di artisti uomini, bianchi, borghesi ed eterosessuali. Ad essa viene contrapposta una lettura anti-egemonica, offrendo prospettive previamente considerate subalterne, sfruttate, abiette – come quella della donna, del frocio, della colonizzata. L’arte queer rinnova questa tradizione, sessualizzando, corporeizzando, tecnologicizzando ulteriormente l’arte: l’ano come nuovo centro conoscitivo-perverso che sovverte il binarismo di genere e la conformità eterosessuale dei corpi, la protesi come dispositivo tecnologico volto all’ampliamento del concetto di piacere, la post-pornografia e il “pornoterrorismo” come atti di sabotaggio dei modelli sociali, della morale e dei ruoli precostituiti, la performance estrema che indaga i limiti del corpo attraverso tatuaggi e perforazioni della pelle, la rappresentazione visiva ed emotiva di psicologie sommerse attraverso disegno, installazione, danza e altre possibili tecniche.

Queer in Italia

Queer?
Il queer è quindi un fenomeno complesso, dai caratteri transnazionali: se non si vuole farne uno strumento d’imperialismo culturale, occorre ridefinirlo in relazione al contesto. In Italia, la parola queer è entrata solo di recente nell’uso del vocabolario italiano, ma non senza contraddizioni. È possibile infatti rintracciare la presenza di pratiche queer nel Belpaese ancor prima che il termine fosse importato dal mondo anglosassone: l’analisi dell’esperienza delle minoranze sessuali italiane scompagina la linearità storiografica, risignificando il concetto di queer.

Che cosa accade dunque al queer nel paese-culla del cattolicesimo, come interagisce con la cosiddetta sessualità mediterranea? Come si mescola con i fenomeni locali e le narrazioni tradizionali? Si consideri, ad esempio, il fenomeno dei “femminielli” napoletani, proto-transgender che sovvertono il binarismo di genere e che, non sempre marginalizzat*, erano spesso perfettamente integrat* nella società partenopea. Possiamo parlarne come di una soggettività queer? E ancora: nell’Ottocento, l’Italia – e in particolare il Sud – è stata meta di pellegrinaggi da parte di viaggiatori dal Nord Europa alla ricerca di un esotismo omo-sensuale nei corpi dei giovani mediterranei. Si è trattato forse di un’esperienza queer?

E quali strumenti ci ha fornito il movimento LGBT italiano dagli anni ‘70 in poi per comprendere il queer oggi? In che modo hanno influenzato il pensiero queer contemporaneo la diffusione delle riviste, le serate, i luoghi di cruising, i movimenti identitari (come i bear o il separatismo lesbico), le singole figure emblematiche come Carla Lonzi, Mario Mieli, Giò Stajano e Porpora Marcasciano? Singoli, collettivi, associazioni, gruppi politici, lotte per i diritti e lotte contro lo stigma dell’HIV avevano già realizzato esperienze queer in Italia?

Il progetto Archivio Queer Italia nasce non per rispondere a queste domande, ma per iniziare a porle. Per raccogliere le voci di quant* – attivist*, teoric* e artist* – nel contesto italiano si interrogano sull’esclusione, la marginalità e la devianza sessuale non in un’ottica emancipazionista e integrazionista, ma per farne strumento di provocazione e liberazione.